Uno degli aspetti più importanti di questo metodo nel bambino è che fornisce un linguaggio simbolico adatto a superare l’ostacolo della immaturità del linguaggio. In via generale esistono altri mezzi come il disegno o la plastilina ma questi richiedono in ogni caso una certa abilità, possono provocare inibizioni legate all’aspetto estetico del lavoro oppure portare ad un lavoro stereotipato, risultando insufficienti per l’espressione completa della personalità.  L’uso di figure preformate che sono quindi indipendenti dalle capacità artistiche o manuali lasciando maggiore libertà all’espressione dei vissuti interni.

Ciò che permette il lavoro con la sabbia è di stabilire un contatto con vissuti angosciosi, ma anche con quelli sereni, della psiche, che il bambino non riuscirebbe ad esprimere a parole; inoltre, il fatto che la possibilità di espressione nella sabbia è piuttosto vasta, dà il via ad un vero e proprio percorso di immagini di sabbia, immagini che evolvono e cambiano, come sbocciando una dall’altra, trasformandosi in un vero e proprio percorso terapeutico “ per immagini” che aiuta il bambino ad affrontare i vissuti problematici ed a metterli in comunicazione con aree della personalità più mature, che permettano di superare l’ostacolo, ed avendo come fine la ripartenza dello sviluppo; in questo caso quello che entra in ballo è l’archetipo del Sé, inteso come parte sopraordinata della personalità, visto come centro totale della personalità, sia nei suoi aspetti coscienti che in quelli non coscienti.

Il problema che non ha parole per essere espresso viene agito nella sabbiera, la situazione inconscia coordina l’evento del muoversi, dello scegliere gli oggetti, del costruire la scena, creando un gioco che non è casuale ma auto rappresentazione della situazione del bambino e della possibile evoluzione del problema.

Quando il  bambino ha di fronte gli oggetti sceglie quelli che sono rilevanti nella sua situazione specifica in quello specifico momento, creando l’incontro tra quello che è il suo mondo interno, le fantasie, ed il mondo esterno, gli oggetti; lo spazio della sabbiera diventa quindi uno “spazio transizionale”, un terzo spazio tra quello del mondo reale e quello del mondo interno; uno spazio “cuscinetto” in cui gli ultimi due possono incontrarsi e fondersi, creando nel bambino la convinzione che può essere presente e partecipe autore della sua stessa guarigione, soggetto creativo nella sua vita.

Quindi il bambino va a rappresentare una situazione di disagio, prendendo confidenza con essa, fino a riuscire a sentirsi capace di accettarla e quindi superarla, facendo emergere nel gioco il suo polo opposto, la parte positiva, le potenzialità.

Montecchi F., Giocando con la sabbia, Franco Angeli, Milano, 1993


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