QUESTIONI DI POLITICA NON-COSCIENZA

 

Siamo attualmente in balia di una fortissima crisi, non solo economica, quanto anche politica; di fronte alle borse che vanno su e giù ed allo strapotere della finanza e delle banche tutti i governi sembrano non sapere che pesci pigliare….anzi non hanno saputo; diventa necessario parlare al passato visto che non si capisce come di fronte ad una catastrofe annunciata non ci si sia premuniti in qualche modo.

Ma nonostante ciò possiamo davvero prendercela esclusivamente con i politici? Forse no, o almeno non del tutto; in fin dei conti da qualcuno sono stati eletti, e da questo qualcuno dovevano essere osservati e valutati; forse è questo il passaggio che è mancato?

Quello che viene sempre di più a mancare è l’interesse di ognuno per la politica e per la democrazia, basti guardare la percentuale dei “non so” nelle varie indagini fatte in innumerevoli programmi televisivi degli anni passati. Viene detto che siamo sempre più individui nevrotici ma così si dimentica quanto sia malata la moltitudine di noi individui, il gruppo e, per rientrare nel tema, la “polis”, intesa non come città ma come moltitudine, folla, elemento fluido in movimento che ormai tanto fluido non è più.

Perché se come individui siamo sempre più capaci ed acculturati, più “coscienti”, come moltitudine appariamo più che altro ciechi e, soprattutto, disinteressati; la “moltitudine” è diventata l’inconscio dell’individuo. è nell’insieme che non funzioniamo più; in termini psicoanalitici si può dire che stiamo sempre più ritirando le proiezioni dal mondo; ma le proiezioni sono proprio quelle che il mondo ci permettono di viverlo, di entrarci in risonanza; è fondamentale diventarne consapevoli, altrimenti siamo trascinati dalle emozioni che proviamo, ma non annullarle, altrimenti il mondo esterno perde di significato e non riusciamo più a conoscerlo.

L’insieme è una “cosa” che esiste fuori dall’individuo, così come la “res-publica”, la cosa pubblica, Repubblica; perso l’interesse partecipe al mondo perdiamo l’interesse per la politica e non la seguiamo, smettiamo di proiettare le nostre emozioni su di essa e quindi finisce per trasformarsi in qualcosa che non ci interessa perché non ha più niente da dirci.

Interesse partecipe significa interesse approfondito; quando mi occupo in profondità di una cosa la vivo e ci metto dentro qualcosa di me, i miei interessi, le mie speranze, le aspettative; una volta conclusa l’occupazione l’oggetto che mi ha interessato è diventato anche mio.

Questo discorso sembra un paradosso, di continuo si dice che siamo troppo concentrati sulle cose concrete, sempre più consumisti, che le uniche cose che ci danno felicità sono quelle che compriamo…e allora che centra un discorso sul disinteresse verso il mondo e verso le cose, anche quelle pubbliche visto che ci viene continuamente rinfacciato un eccessivo interesse verso le cose concrete?!

è necessario porre una differenza, è possibile interessarsi alle cose in due modi; Jung diceva che possiamo rapportarci al mondo secondo due modalità; una estroversa ed una introversa. Semplificando si può dire che nel primo caso (estroversione) prendo la mia energia interna e la realizzo nel mondo esterno modificandolo, nel secondo (introversione) prendo energia dal mondo e la realizzo dentro di me modificando me stesso; entrambe sono fondamentali nell’economia psichica, il loro specifico equilibrio in un individuo influisce sulla personalità; sempre in un individuo prevale una modalità piuttosto che l’altra ma entrambe devono essere presenti, la rimozione di una di esse può generare la nevrosi.

In questo senso si può dire che la modalità di relazione verso l’esterno che prevale oggi sembra essere di stampo introverso; questo vuol dire che il nostro rapportarci al mondo avviene sempre più in un’ottica di esclusiva introversione, il mondo ci serve ma a noi non interessa servire al mondo. Il problema è che non esistono soggetti che possano essere definiti tali indipendentemente dal mondo; le persone sono costituite dai loro affetti, i loro legami, le loro relazioni.

 

Dal gruppo alla massa

Nel momento in cui vengono effettuate proiezioni verso un insieme di persone si può parlare di gruppo; una unità vitale che può essere biologica come nella famiglia o istituzionalizzato come i gruppi di lavoro. La sua formazione dipende da proiezioni inconsce che creano rapporti emotivi tra i componenti stabilendo collaborazioni durature, che non si scindono a causa di avvenimenti esterni e mantengono carattere di affettività nel tempo. In questo modo il gruppo rappresenta una sorta di contenitore sicuro per l’individuo in cui è possibile sperimentare un elevato livello di partecipazione e coinvolgimento ma anche sviluppare la propria creatività. Tutto questo  è indipendente dal fatto che le proiezioni siano inconsce o elaborate, nel gruppo infatti vengono contenute ed indirizzate verso uno scopo superiore, quello che è lo scopo del gruppo che diventa entità a sé stante che fa coincidere le storie dei componenti creando una storia ulteriore che li può accomunare.

Diverso è il discorso della massa, la cui caratteristica è la mancanza della proiezione o la mancanza della sua gestione da parte di un centro organizzatore come il gruppo; anzi, oggi le varie entità gruppali intese come senso di gruppo sono sempre più assorbite dalla massificazione, forse l’unica esclusa, almeno in parte, è il gruppo della famiglia.

Se nel gruppo la coscienza individuale viene mantenuta e lotta per farsi ascoltare dal gruppo, all’interno della massa resta invece come addormentata; senza proiezioni il senso dell’uomo si svuota e nel contempo la personalità si appesantisce, dovendo fare tutto da sé, in un’ottica sempre più narcisistica.

A questo punto il movimento di massa permette di sfogare tutto ciò tramite un “agito” ossia una partecipazione non consapevole e superficiale. La partecipazione alle “cose pubbliche” insieme alle altre persone viene motivata solo come sfogo momentaneo al fine di un alleggerimento, quindi è una partecipazione di tipo esclusivamente introverso, fatta per sé. Diventando massa le persone non riescono a costituire una unità psicologica che si identifichi in qualche modo con il gruppo e la sua psicologia e restano rassegnate dopo essere state inebriate dalla partecipazione al movimento di massa, lo sfogo, infatti, non è mai risolutivo perché al suo interno non si produce consapevolezza ma solo scarica istintuale. Nel contempo le persone tornano ad essere sole perché non esistono affetti/proiezioni che soddisfino il bisogno primario di relazione.

Il sentimento politico oggi appare sempre più così, fatto di esaltazioni immediate, di superficiale stampo rivoluzionario,fuochi di paglia che sempre si riaccendono senza però riuscire a produrre quel calore che sarebbe necessario per sentirsi partecipi; fatto quindi di continui abbandoni improvvisi e demotivazione, un disinteresse che permette alla classe dirigente di fare quello che vuole perché tanto nessuna la guarda veramente.


Hillman, J., Politica della bellezza, Moretti e Vitali, Bergamo, 2002

Neumann, E., Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, Roma,1978


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